Alice e Alessio, due creatori di immagini che non si incontrano mai, i cui percorsi si specchiano e si invertono. Alice scrive icone sacre: l'icona è teologia visibile, dove l'ego si dissolve. Ma i flash dei fedeli cannibalizzano quelle figure dorate e così l'ego si costruisce. Vivendo il Vangelo fonda Casa Aylan, dove accogliere la sua nuova famiglia di minori non accompagnati. La casa si riempie di voci e il silenzio della preghiera visiva scompare. Torna dalle icone, stavolta esposta al mondo dalla vetrina del suo nuovo laboratorio. Alessio, due World Press Photo, ritrae la sofferenza umana come nelle pose delle icone. Le sue immagini sono celebrate, ma le voci di quei poveri cristi restano assenti. In uno dei suoi viaggi in Ucraina, dentro una chiesa diroccata lo sguardo di un Cristo crivellato lo raggiunge. Dura un attimo. L'osservatore è osservato. Il fotografo fotografato. Poi riparte verso un campo profughi, scomparendo. Entrambi nell’ambiguità, nell’epoca dell'iconoclash.
Iconoclash: iconoclastia e iconofilia indiscernibili. L'immagine è ambigua – e i gesti dei protagonisti, indecifrabili: distruzione o conservazione, profanazione o adorazione, occultamento o rivelazione. Il film abita questa condizione. Esplora le motivazioni di chi produce immagini: egoismo o altruismo, vanagloria o servizio, bisogno di proteggere il sacro o desiderio di offrirlo al mondo? Chi mette icone in vetrina, le rende vive; chi fotografa la sofferenza, la rende reale. All'immagine resta comunque un sovrappiù di senso – qualcosa che sfugge, che eccede ciò che mostra. Il film cerca quello scarto, che Alice e Alessio, nei loro percorsi speculari e inversi, incontrano: non una risposta, ma una soglia.