Crolla il regime albanese mentre in Italia si moltiplicano le televisioni private, palcoscenico di una nuova classe dirigente.
Ana e Marko, albanesi, nel dedalo della Milano anni '90.
Più di dieci anni fa, quando le vicende private di un presidente del consiglio italiano invasero le cronache dei tabloid di tutto il mondo, l'aspetto scandalistico mi stancò presto. Un dettaglio, però, mi rimase impresso: decine di escort entravano nel suo domicilio senza alcun controllo di sicurezza. Bastava che fossero accompagnate da una persona di conoscenza, e spesso questa “conoscenza” - data l'estesissima rete di cortigiani – poteva essere anche vaga. Mi sono chiesto cosa sarebbe potuto accadere se una di queste ragazze fosse una vedova nera, una terrorista. Nel 1991, sotto il sole cocente di agosto, ventimila persone scapparono dall'Albania a bordo di una sola nave, sognando l'Italia come l'avevano vista in televisione. A partire da questi due eventi storici, ho immaginato come avrebbero potuto interagire. Penso a Disorder come a un racconto che crea una sorta di mondo parallelo, molto vicino al nostro, dove alcune cose dell'invisibile, dell'inespresso, emergono. Immagino un film colorato, in alcuni momenti con delle dominanti molto pronunciate. L'idea è di giocare con una decostruzione/ricontestualizzazione dell'immaginario pop degli anni 80/90 per sfuggire a un'idea monodimensionale, a tesi, di un certo cinema militante. Come esempio luminoso di un altro modo di fare cinema politico, penso a "Lola" di Fassbinder. Lontano da un approccio sociologico e naturalistico, Disorder fa del politico un’estetica.