G. G. accompagna le persone a morire.
Ha 73 anni e vive nella Svizzera italiana. Ha lo sguardo sereno e una sottile, bonaria ironia. Nel 2008 è andato in pensione e ha deciso di fare il volontario per un’associazione di assistenza al suicidio. Così, ogni settimana gli viene affidato il caso di chi, soprattutto per colpa di una malattia letale, aggressiva e invalidante, ha deciso di porre fine alla propria vita. In Svizzera la legge lo permette.
A quel punto G. G. lo contatta, ci parla a lungo, raccoglie il senso di una vita, informa i suoi familiari e poi lo aiuta nelle fasi che hanno meta finale in un bicchierino, trasparente, di plastica: dentro c’è un composto chimico che cancella il respiro in pochi minuti.
Il film è G. G. nel suo corpo a corpo con la morte, negli incontri e negli ultimi momenti dei suoi assistiti; nella sua esistenza quotidiana, quando, dopo aver visto spegnersi un individuo, va a remare nel lago vicino casa sua per sciogliere le tracce di morte nella sua anima; o quando passeggia con il nipote di 13 anni, narrandogli storie sul senso della finitudine umana. Perché se c’è una cosa che G. G. conosce bene è la fattezza della fine. Ossia: il semplice, naturalissimo, oltrepassare il nastro d’arrivo di una corsa.

Questo film nasce da 'un dopo': dopo la mia malattia, messo in scena in “Noi non siamo come James Bond”.
Le patologie gravi, quando si riesce a scamparla (come è successo a me, almeno per ora!), lasciano un'eco che fa risuonare diversamente la propria quotidianità. Penso che lì, vedere in faccia la morte, spinga ad emergere un senso autentico della vita, o ne faciliti il recupero.

Ti assegni nuove priorità… Se si riesce a prenderla con atteggiamento resiliente, l'esistenza diventa più sostanziosa di quella vissuta nel ‘prima’.
Non per tutti è così, per me lo è stato e lo è.
Per gli incontri fatti da allora ritengo che le persone che entrano in contatto con la morte abbiano un'opportunità in più per raccontare agli altri spunti di vita; e per parlare del più grande tabù dell'umanità: che in questi ultimi anni si è andato rafforzando. Ci rifiutiamo di vederla, la finitudine, ma ci circonda sempre di più, soprattutto nella società occidentale. Così qui vorrei restituire, come effetto collaterale, un sentimento intenso della vita. E vorrei farlo proprio alla maniera del mio film precedente: con una lievità che miscela l’accenno di un sorriso a momenti densi, poetici, drammatici.

Regia
Mario Balsamo
Soggetto
Mario Balsamo
Sceneggiatura
Mario Balsamo
Fotografia
Tarek Ben Abdallah
Montaggio
Benni Atria
Organizzatore generale
Antonietta Bruni
Produzione esecutiva
Alessandro Borrelli
Produttore
Alessandro Borrelli
Produzione
con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte e della Regione Piemonte (Piemonte Doc Film Fund - Fondo regionale per il documentario - sviluppo luglio 2016)
Contatti
La Sarraz Pictures srl (Antonietta Bruni)