Questa è una storia vera, successa il 1 giugno 1970. Dopo le manifestazioni degli studenti e gli scioperi, l’Italia è a un bivio: da un lato ci sono ancora l’ingenuità e i sogni sinceri della stagione del ‘68 da l’altra sta iniziando una lotta interna sempre più cruenta. Nell’agosto del ’69 scoppiano otto bombe sui treni, a dicembre c’è piazza Fontana. È l’inizio della stagione delle stragi di Stato, dei servizi segreti deviati e della destra eversiva: sotto il cielo c’è grande confusione.
    A Pisa, nell’ambiente del movimento studentesco, arriva ¬la notizia che sta per scattare un colpo di stato militare come quello dei colonnelli in Grecia del ‘67. “Dormite fuori casa per tre, quattro notti. Se fanno il putsch vi vengono a prendere a casa uno per uno.” È questo l’ordine per tutti i ragazzi più esposti. Tra loro c’è anche Pino Masi, un cantautore che ha fondato da poco il Canzoniere Pisano e fa concerti davanti a migliaia di ragazzi. Ha scritto le canzoni di lotta più famose, ed è uno dei più in vista. Ma è anche una persona con un’infanzia difficile, istintivamente diffidente, per cui quella notizia lo agita molto.
Quel giorno nella sua soffita vitale e caotica ci sono due liceali: Renzo Lulli e Fabio Gismondi. Non hanno appena vent’anni e sognano di suonare nel Canzoniere Pisano. Per loro il Masi è un mito, un leader indiscusso. Quando li prende da parte e gli spiega che devono andare fuori città per evitare pericoli, accettano. “Prendiamo la Cinquecento del Lulli e si va verso il confine. Se il golpe non c’è, s’è fatta una gita. Se invece accade il peggio, andiamo in esilio e da lì gireremo il mondo con le nostre canzoni per fare luce sulle ingiustizie in Italia”.
    Dopo aver trovato delle scuse con i genitori e bruciato le agende personali per non lasciare traccia, i tre si mettono in marcia verso il confine Yugoslavo. Nella notte si fermano a fare benzina e, mentre prendono un caffè per rimanere svegli, vedono il bar riempirsi di soldati che scherzano fra di loro, con le mitragliette a tracollo: stanno andando verso Roma, all’alba saranno lì. I nostri tre non pensano che il giorno dopo è il 2 giugno e ci sarà la parata militare a Roma per la festa della Repubblica. Pensano che il colpo di stato ormai è cosa certa.
    “Pigia, Lulli. Pigia!” La cinquecento color avana corre verso il confine e la salvezza, mentre i tre hanno nel cuore la malinconia per quello che si stanno lasciando alle spalle e l’eccitazione per quello che li aspetta. Arrivati davanti al confine Yugoslavo, si imbattono nella cortina di ferro: buio, fili spinati, torrette con luci che scrutano nella notte. Sembra un campo di concentramento. I tre decidono di ripiegare in Austria. Peccato che arrivati al nuovo confine si accorgano di non avere i documenti validi per l’espatrio. Il poliziotto alla dogana guarda perplesso le loro patenti e va a parlare alla radio per capire se si può fare un permesso giornaliero. Non potendolo sentire, i nostri tre si convincono che stia parlando con Roma, che li abbiano beccati, e così si lanciano con la macchina verso l’Austria e la salvezza.
Il Masi e il Gismondi vengono arrestati dai poliziotti austriaci insieme ai carabinieri che li hanno seguiti armi in pugno oltre il confine. L’unico che riesce a scappare è Renzo Lulli. Proprio lui, il ragazzo di buona famiglia, con i capelli pettinati e la camicia pulita. Mentre corre verso la libertà, ricercato dalle polizie di due paesi e senza una casa dove tornare, si sente un eroe, un vero ribelle in fuga. Lo ritrova il  Masi su una jeep degli austriaci: “tranquillo, ci danno l’asilo politico!”.
Li portano in un carcere e qui iniziano ad affiorare i dubbi: perché ci hanno messo in cella e ci guardano perplessi quando parliamo di golpe? All’interrogatorio con l’Interpol tutto si fa chiaro: non c’è stato nessun colpo di stato, hanno fatto una cazzata e sono nei guai. Una posizione giudiziaria non facile, i genitori incavolati, tutti a Pisa pronti a prenderli per i fondelli per anni. La loro strana amicizia viene messa a dura prova durante settimana che passano in carcere.
    Quando li liberano, i tre si tolgono la soddisfazione di fare il loro primo e ultimo concerto davanti alle inferriate dell’istituto. Nessuno li ascolta ma per loro comunque è un momento importante. Poi, sul treno che li riporta in Italia, tentano di nuovo la fuga. Per evitare interregatori e ramanzine, e perché, un po’, ci hanno preso gusto.

Regia
Roan Johnson
Fotografia
Tommaso Borgstrom
Scenografia
Mauro Vanzati
Costumi
Andrea Vanzetta (Costumista); Alessandro Baro (Aiuto costumista); Chiara Russo (Stagista costumi)
Suono
Stefano Campus (Fonico); Andrea Viali (Microfonista)
Operatore
Martino Pellion (Assistente operatore), Sandro de Frino (Aiuto Operatore)
Aiuto regia
Betta Boni (Primo aiuto Regia)
Casting
Elena Aime (Capogruppo)
Segretario di edizione
Marta Loza Alonso
Altri credits
Denise Fregnan, Ivano Coia e Matteo Lioce (Segretari di produzione); Federico Fusco (Location manager); Giuliana Claudione (Amministratore); Gianfranco Soro (Capo squadra elettricisti); Pietro Rosso e Beltrame Fiore (Elettricisti); Enzo Pontil (Capo squadra macchinisti); Raffaele Aldo Molinino (Attrezzista di set); Fiorella Novarino (Parrucchiera); Paolo Bussolin (Autista cinemobile); Davide Capozza (Bicamper); Roberto Ferrarese (Fornitura armi e oggetti di scena)
Direttore di produzione
Erik Paoletti
Organizzatore generale
Patrizia Massa
Produzione esecutiva
Urania Pictures
Produzione
Palomar (Roma)
in associazione con FIP Film Investimenti Piemonte, con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte
Arredamento
Giulia Parigi
Operatore steadycam
Alex Brambilla
Assistente alla regia
Assistente di produzione
Stefano Bisa, Ivano Coia